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Danni del pregiudizio dello stato di salute

Tra i diversi problemi legati alla gestione della salute, ce ne sono alcuni meno noti. Se, infatti, è ormai di dominio pubblico (per fortuna) l’importanza della prevenzione per evitare di scoprire troppo tardi alcuni mali e per evitarne molti altri, ancora in pochi considerano il peso del pregiudizio dello stato di salute. Come viene visto un malato dalla società? Quanto gli fa pesare questa sua condizione in pubblico? Quanto si aggrava la situazione se ci si rapporta all’universo degli adolescenti? Sono questioni delicate e calde che non vanno sottovalutate. Per questa ragione riportiamo ai nostri soci la storia di una ragazza speciale che ha superato le difficoltà della vita in un solo salto. Sarà d’esempio a tati giovani in difficoltà.

Il pregiudizio dello stato di salute

Stare male può avere risvolti negativi sulla psiche tra cui anche quelli più “sociali”. Molti esperti psicologi, infatti, hanno dimostrato che alla gente non piace interagire con chi è malato per cui evita i contatti e, nel peggiore dei casi, denigra chi è in difficoltà. Questo spiega la brutta storia di chi, trovandosi già lungo un faticoso cammino, deve anche arrivare a destinazione in salite. Però c’è anche chi sa reagire.

La storia

Nera, albina e ipovedente, la ragazza in foto è diventata, suo malgrado, il simbolo della resistenza al pregiudizio dello stato di salute. Ha saputo sfidare tutti i pregiudizi e dimostrare il suo reale valore riuscendo ad entrare al corso di Psicologia dell’Università di San Paolo (USP) in cima alla lista dei candidati. Ecco la sua storia:

Dalla periferia della Zona Est della capitale San Paolo alla Città Universitaria Armando de Salles Oliveira. È questo il grande percorso compiuto da studentessa di 20 anni, Ana Beatriz Ferreira. Non vedente, nera, albina ed ex studentessa di una scuola pubblica, è riuscita ad entrare alla facoltà di Psicologia dell’USP, l’Università di San Paolo.

Ana Beatriz ha un percorso di vita molto difficile, segnato da una diagnosi tardiva di disabilità visiva e dalla scoperta (sofferta) della propria identità razziale. Figlia di madre di colore e padre bianco, Ana ha maturato la convinzione che poteva definirsi “nera”, anche con la pelle bianca, causata dall’albinismo, una malattia genetica che altera la produzione di melanina.

Ma fino a quel momento, ha sperimentato grandi conflitti interiori come lei spiega:

Quando ero bambina, ho visto il razzismo che mia madre, le mie zie e i miei amici hanno dovuto affrontare. […] Non volevo essere una persona di colore e passare anch’io attraverso quello. Ho provato a usare l’albinismo per diventare bianca e mi sono lisciata i capelli.

Da lì, ero un po’ confusa. Sono una persona bianca o non lo sono? Ho privilegi o no? Cosa sono? E poi, ho deciso che non mi sarei più lisciata i capelli e che avrei accettato la mia identità.

Le complicazioni

Come dice il noto adagio popolare, “piove su bagnato” e infatti, sempre durante l’adolescenza, ha scoperto che l’albinismo non era solo un problema della sua pelle: il fatto di avere una bassa sintesi di melanina anche negli occhi comprometteva in modo significativo la sua possibilità di vedere.

Per poter leggere sulla lavagna, Ana Beatriz doveva alzarsi e starle molto vicino e neppure gli occhiali riuscivano a risolvere il problema. La diagnosi tardiva ha fatto perdere a questa ragazza gran parte di quanto s’impara a scuola nei primi anni.

Nonostante questo ha continuato a studiare, tramite corsi riservati a studenti a basso reddito e per un periodo si è dedicata anche alla carriera di modella.  Ora, dopo questo inizio di vita non proprio semplice, Ana grazie al suo impegno e alla sua determinazione, è riuscita ad ottenere una grande soddisfazione: è entrata come prima allieva al corso di psicologia dell’USP, accedendo nella modalità delle quote per studenti di colore e indigeni che frequentavano le scuole pubbliche:

Il mio caso non può dimostrare che la meritocrazia funziona nel nostro paese. Ho avuto una serie di privilegi: il sostegno della mia famiglia, l’accesso a corsi che mi hanno aiutato, la possibilità di smettere di lavorare per un periodo di studio. Certo, c’è una questione di dedizione personale, ma c’è anche una rete di supporto che non tutti hanno.

Le lezioni all’USP sono iniziate e Ana diventerà una seria professionista. Per ora è una che ha vinto sul pregiudizio dello stato di salute. Ma la salute ha talmente tante sfaccettature che va seguita sotto ogni aspetto: per questo c’è la nostra assicurazione sulla salute.

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