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Culture shock

La pandemia ha fatto tante vittime. Molte (troppe) nel senso fisico del termine, molte altre psicologicamente. I danni da lockdown, infatti, sono stati pesanti anche nella gestione del quotidiano di chi ha goduto comunque di buona salute ma non ha saputo gestire la vita tra le quattro mura. In questo ha inciso fortemente la scuola a distanza. I genitori si sono trovati un peso che non erano abituati a sopportare ma i ragazzi, per loro natura fragili e in costruzione, non hanno più avuto il pavimento sotto i piedi. Se ne parla di meno e invece è un problema serio che è bene conoscere per il bene dei propri figli.

Le premesse

Prima che il mondo finisse nell’emergenza Coronavirus, si parlava molto di scuola inclusiva. A seguito della Circolare Ministeriale 205 del 26 luglio 1990 sull’inserimento degli alunni stranieri all’interno delle classi e sull’educazione all’inter-culturalità, ai docenti è stato chiesto:

di coinvolgere sempre di più tutte le componenti scolastiche nel processo di inclusione di tali alunni – al fine di attivare prassi mirate a valorizzarne le specificità e a favorirne il benessere scolastico.

Questo discorso sembra ora complesso perché sono gli stessi ragazzi nostri a non riconoscere più come loro questo terreno culturale finendo vittime del fenomeno del culture shock.

Cos’è il culture shock

Per shock culturale, o culture shock, si intende:

una serie di sentimenti di smarrimento, disorientamento e confusione che un ragazzo prova quando cambia improvvisamente la propria vita, in conseguenza del trasferimento in un ambiente sociale differente come un paese straniero o la situazione inattesa dell’insegnamento a distanza dovuta al lockdown.

Il termine fu inventato da Cora DuBois nel 1951, e nel 1954 fu ripreso dal canadese Kalervo Obergo, che lo considerò una vera a propria “malattia professionale” tipica di chi, sul lavoro, si trasferisce e non riesce ad avere la stessa performance che aveva precedentemente. Per estensione, anche gli alunni che cambiano paese hanno iniziato a soffrirne e, per estensione ancora più attuale, anche i giovani che, dall’oggi al domani, pur nel loro paese, si sono trovati un modo di fare scuola completamente diverso da quello precedente.

L’evoluzione della cultura

Perché avviene il cultural shock? Perché noi cresciamo all’interno di una società che detta le sue regole e mostra ai suoi figli la sua scala di valori. Entrare in un micro-mondo in cui tutto questo è diverso genera smarrimento. Chiunque ha bisogno di punti di riferimento per muoversi o anche solo per decidere dove andare nel futuro prossimo. Il culture shock scolastico da Coronavirus ha fatto danni perché sono sparite le lezioni in classe, la ricreazione con gli amici e la routine giornaliera di prepararsi per andare a scuola o per uscire dalle aule. Anche le interrogazioni video sono state “sconcertanti” per molti giovani.

Cosa c’entra il Culturalismo

Si tratta di una tesi sostenuta nel 1900 dal pedagogista Bruner secondo cui:

si assegna alla cultura un ruolo fondamentale nello sviluppo della persona, e che addirittura la mente non potrebbe vivere senza cultura (e soprattutto senza i suoi sistemi simbolici).

Il culturalismo passa, quindi, elementi importanti della cultura, come:

  • l’intenzionalità;
  • l’inter-soggettività

Elementi utili per la negoziazione del significato nei diversi ambienti di vita. Non è un caso che per Bruner l’influenza dei fattori socio-culturali sia più importante di quelli genetici, nei processi di apprendimento dei giovani soprattutto. E’ questo il perno attorno a cui gira il culture shock di cui stiamo parlando.

La nuova mediazione socio-culturale

Se dunque il culture shock influenza l’ambiente in cui vivono i nostri figli, è anche plausibile che in classe si formi un nuovo ambiente, una nuova società, che porti in sé le dinamiche di tutte le  piccole culture che creano il mosaico generale.

Questo è il principio cardine di quello che gli esperti definiscono “inter-cultura o educazione interculturale”, che è una metodologia di lavoro da usare nei contesti multi-culturali, e che consiste soprattutto nella mediazione socio-culturale.

Si tratta esattamente di una strategia di parificazione di opportunità, che ha l’obiettivo di:

  • ricostruire reti sociali;
  • creare nuove competenze;
  • ripristinare l’autostima dei cittadini immigrati, riconoscendo loro i propri aspetti di peculiarità culturale e religiosa, nonché linguistica.

La soluzione

Per tenere a bada il culture shock che vivono gli alunni in questa classe “nuova”, il docente dovrà creare regole ben condivise e scritte: una specie di decalogo dell’inter-culturalità dove ci siano tutte le buone norme per il vivere civile in un ambiente multimediale diviso tra casa e scuola.

Solo col dialogo e con la condivisione a tre (figlio, docente e genitori) si potranno aiutare i ragazzi a trovare nuovi punti di riferimento verso cui muoversi per non perdersi. Per noi è dura ma non dimentichiamo i nostri piccoli uomini del domani.

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